La situazione economica negli ultimi anni, in modo particolare dopo l’esplosione della bolla speculativa del 2000 e l’11 settembre, è condizionata da due fenomeni preminenti:
- i tassi di interesse a breve americani ai minimi assoluti degli ultimi 45 anni
-
l’esplosione del fenomeno Cina.
La
combinazione di questi due fattori ha fatto da pilastro alla ripresa economica
mondiale: i bassi tassi di interesse hanno infatti stimolato i consumi ed
alimentato la crescita economica, mentre lo sfruttamento dell’enorme bacino di
manodopera a basso costo dalla Cina, ha consentito di compensare le spinte
inflattive provenienti dall’aumento dei prezzi delle materie prime. I tassi
sono potuti così rimanere bassi instaurando un apparente circolo virtuoso di
crescita economica.
La
domanda ora è PUO’ DURARE ?
Dalla
risposta a questa domanda dipenderà il futuro dei mercati finanziari.
A
prima vista la risposta potrebbe essere si, il peggio è passato: le aziende si
sono ristrutturate (anche trasferendo gli impianti produttivi in Cina) e gli
utili delle società sono in netta crescita. L’unico tassello ancora mancante
è l’occupazione ma è solo una questione di tempo perché tra poco le imprese
ricominceranno anche ad assumere nuovo personale. Questo alimenterà a sua volta
nuovi consumi e quindi, con le aziende ristrutturate, ulteriori utili. In tale
contesto le borse non possono che salire.
E’
tutto oro quel che luccica?
A
mio parere c’è un grande punto interrogativo ed è legato ai tassi di
interesse che, mantenuti così a lungo tempo a livelli di emergenza, hanno
generato molti disequilibri e scompensi che dovranno prima o poi riassorbirsi.
Il
primo grande squilibrio è costituito dal fatto che, grazie ai bassi tassi di
interesse, la ripresa economica americana si è basata essenzialmente sul debito
come ben spiega Bill Gross di Pimco , uno dei più famosi gestori di bond negli
USA, nel suo Investment Outlook di febbraio 2004 di cui riporto la traduzione di
alcuni brani. http://www.pimco.com/LeftNav/Late+Breaking+Commentary/IO/2004/IO_02_04.htm
Bill
Gross sostiene che negli ultimi 20 anni l’economia americana ha subito due
trasformazioni: la prima ha provocato il passaggio da un’economia
basata sull’industria a una basata sui servizi, mentre la seconda ha
provocato il passaggio da un’economia basata sui servizi a una basata sulla
finanza e sul debito (finance-based economy). Egli infatti scrive: “la
differenza principale tra adesso e gli anni 80 sta nel fatto che i profitti e
l’occupazione sono ora direttamente dipendenti dall’ammontare del debito,
dai rapporti di indebitamento (leverage) e dal costo degli stessi. Da qui la
definizione di finance-based economy. …..
Negli
anni ‘80 primi anni ‘90 producevamo cose e le vendevamo perché le
producevamo meglio degli altri competitori globali. Ora di quelle cose ne
produciamo meno e quelle prodotte le vendiamo solo perché sono finanziate a
tasso 0%. Gli americani stessi hanno cambiato la loro natura. Invece di comprare
una casa finanziandosi con un mutuo a tasso fisso trentennale e aspettare che
poi i loro patrimoni aumentino man mano che i mutui sono rimborsati, ora gli
americani effettuano dei rifinanziamenti anche più volte l’anno e a tasso
variabile per estrarre reddito dalle loro proprietà e poi lo spendono tutto in
consumi.”
A
titolo di esempio della finance-based economy Bill Gross porta poi la GE,
sinonimo dell’industria americana, i cui profitti “nel1980 provenivano
per il 92% da sussidiarie industriali mentre ora provengono per il 50% da
sussidiarie finanziarie. Per di più tali profitti sono molto dipendenti dal
leverage, dal suo costo, e dall’abilità ad operare sul mercato swap per
girare i tassi a lunga in finanziamenti a breve termine ad un economico tasso
dell’1%”. Prosegue poi “Vi
devo dire subito che questa storia o film non può avere un lieto fine. ….
Perché in una finance-based economy la prosperità dipende da un sempre più
basso costo del denaro. Il gioco finisce quando i termini <<sempre
più>> o <<basso costo>> sono sostituiti da
<<meno>> o <<costo più alto>>.”
Due grafici aiutano a comprendere la situazione.


“In
questi grafici si ha una prova della finance-based economy, cioè di come negli
ultimi anni sia aumentato il peso della finanza nell’economia. In particolare
il secondo grafico evidenzia come il rapporto tra debito totale americano e PIL
sia salito costantemente fino a raggiungere livelli mai visti sino ad ora se non
per un breve periodo durante la depressione degli anni ’30. In quel periodo,
livelli così alti del rapporto di indebitamento, furono il risultato dei
ruggenti anni ’20, ma la conseguenza fu che, negli anni seguenti in cui il
debito dovette essere ripagato, il PIL cadde di circa il 26%. Ora il nostro
debito e la sua distribuzione sono molto più sofisticati.” Ci sono
infatti molti strumenti di ingegneria finanziaria a disposizione ma, “quale
che sia la ragione o di chi sia la colpa, siamo in una situazione in cui c’è
troppo debito. Questo fatto nessuno lo può negare. Allo stesso modo nessuno può
negare che la nostra economia abbia prosperato in mezzo a questo debito.
Quello che può essere oggetto di dibattito è se la nostra economia ha
prosperato a causa di questo debito e se potrà continuare a farlo.
…… Una cosa mi sembra ovvia: se il debito smetterà di crescere alla velocità
di crescita attuale - ovvero se la linea del secondo grafico girerà verso il
basso - l’economia USA rallenterà, oppure ristagnerà o peggio entrerà in
una seria recessione. Chi potrebbe sostenere che i nostri consumi o gli acquisti
di immobili o gli investimenti in tecnologie, oppure ancora il deficit di
bilancio non sarebbero minori e che, quindi, la nostra economia abbia tassi di
crescita più bassise il rapporto tra debito e Pil
fosse ancora alle percentuali degli anni 80, come mostrato nel grafico?
Noi ora siamo agganciati al debito perché siamo in una finance-based economy.
E allora, perché non andare avanti così? Se fin qui è andato tutto bene, cosa c’è di sbagliato ad arrivare con un debito pari al 400% o al 500% del PIL come dicono i sostenitori della nuova era? Cosa c’è di sbagliato nell’arrivare, se fosse necessario, a distribuire debito gettandolo dagli elicotteri, come ha suggerito il buon Bernanke della FED? Bene lasciatemi dire cosa c’è di sbagliato. I livelli di debito e i rapporti di indebitamento hanno dei limiti. Quando e se i tassi di interesse tornano a salire, i costi per sostenere un’economia basata sull’accelerazione del debito potrebbero diventare incontrollabili. …………. La mia opinione è che ad un certo punto di questa crescita, apparentemente senza fine, del rapporto debito/PIL qualcuno dirà basta. Forse sarà PIMPCO o qualcuno che la pensa come PIMPCO; forse saranno gli stranieri possessori di bond e stanchi dell’erosione in conto capitale dovuta alla perdita di valore del dollaro, forse potranno essere hedge funds spaventati da un nuova possibile crisi tipo quella dell’LTCM. E’ duro doverlo dire ma io dico che succederà, elicotteri o non elicotteri, e con questo arriverà un rallentamento/recessione come non si vede da almeno l’inizio degli anni 80.
La
seconda spiegazione alla nostra attuale prosperità è che durante questo
periodo di crescita accelerata, il costo del finanziamento è sceso sempre più
giù, come mostrato nel seguente grafico. Si parla di produttività!

In
una finance-based economy questa è la produttività. Invece di un sempre più
basso costo del lavoro per unità di prodotto, abbiamo un sempre più basso
tasso di interesse per unità di debito. I tassi reali a lunga sono scesi da
circa il 9% negli anni 80 al 2.5% attuali .Considerando quello che ho affermato
in precedenza sui prestiti a tasso 0% e sui tassi dei mutui storicamente bassi,
quanti consumi ci sarebbero stati senza queste condizioni? L’innegabile
risposta è < non così tanti> oppure anche <molti meno>. La mia
opinione è che i tassi siano così bassi che è difficile immaginarli più
bassi. Quando si hanno tassi reali negativi, anche un vigilante mezzo
addormentato “un giorno” dovrà cambiare politica, o anche un mezzo
addormentato Presidente della FED “un giorno” sarà costretto a ribilanciare
o anche una mezza addormentata Banca Centrale straniera “un giorno” switcherà
i propri bond in dollari su un basket di valute che offrono più protezione
attraverso tassi d’interesse reali più alti.
In
una finance-based economy, il cambiamento di trend dei tassi d’interesse
reali, non appena questi passeranno da negativi a leggermente positivi (come
PIMCO si attende), sarà sufficiente per fermare l’aumento della produttività
del debito. Questo significa, infatti, che chi prende a prestito denaro pagherà
di più in termini reali, ciò influirà sui consumi, sugli acquisti, sulle
costruzioni delle case, sugli investimenti e così anche sul deficit di
bilancio. Il vento dei tassi di interesse reali che soffiava alle spalle
dell’economia ora soffierà, anche se leggermente, in senso contrario.
L’economia rallenterà e potrà balbettare……..
…..
Il ritmo di crescita futuro è il vero enigma, non gli ovvi sforzi
reflazionistici delle autorità governative per favorire tale ritmo di
crescita. Chi crede nei passati successi delle politiche keynesiane e nelle
promesse di distribuzione del debito dagli elicotteri, è fiducioso che
l’economia USA e mondiale possa mostrare in via definitiva un tasso di
crescita stabile con il vento dei provvedimenti governativi alle spalle. Io ho i
miei dubbi. Keynes e Volker evocano la loro magia in un mondo più semplice
basato sull’industria e sull’agricoltura. In una finance-based economy sono
invece il leverage e il suo costo i fattori determinanti. Infatti, chi presta di
denaro con l’aspettativa di farsi restituire i soldi prestati più un tasso di
interesse che compensi l’inflazione più il rischio che non gli venga
restituito il capitale, pretenderà che l’aumento del leverage finisca o,
viceversa, che la remunerazione del prestito aumenti per riflettere
l’incremento del rischio dovuto ad un rapporto di indebitamento maggiore.
Questo costringerà l’economia a rallentare…..”
Concetti
simili si possono trovare anche nell’articolo dal titolo “Deflazione e
Inflazione in 3 sistemi monetari” sul sito dal nome US Equity & Macro LAB
che si rifà all’economia austriaca. http://www.usemlab.com/html/commenti/archivio_commenti/quadrogenerale/QG_04_04_22.htm
Questo
articolo inizia definendo i 4 fenomeni di cui si sta parlando:
“1)
Deflazione monetaria (o diminuzione della massa monetaria)
2)
Deflazione naturale o spontanea (o diminuzione dei prezzi, o aumento del potere
di acquisto della moneta. E’ indotta dalla migliore divisione del lavoro,
dall'avanzare della tecnologia, dalla migliore efficienza dei sistemi
produttivi)
3)
Inflazione monetaria (o aumento della massa monetaria)
4)
Inflazione dei prezzi al consumo (o aumento dei prezzi al consumo, o diminuzione
del potere di acquisto della moneta)“
Il
sistema monetario in cui ci troviamo è un sistema a riserva frazionale, con la
banca centrale e moneta cartacea. Vale a dire un sistema in cui la moneta non è
più legata a riserve d’oro o a qualsiasi altro valore di riferimento, ma
dipende dalla volontà della banca centrale di stamparne la quantità
desiderata. In questo sistema “l'inflazione monetaria (intesa come
continuo aumento della moneta in circolazione) diviene un fenomeno permanente
che tende a seguire ritmi di crescita esponenziali. Si veda ad esempio
l'incremento degli aggregati monetari di qualunque area geografica a partire
proprio dagli USA. (è di questi giorni la notizia che si è arrivati ad un
M3 che ha superato i 9 trilion [1] di $ si veda il grafico ndr)
Si cade
inevitabilmente nella trappola “Inflate or Die”, o si inflaziona o il
sistema si ripiega su se stesso con effetti non dissimili a quelli del secondo
modello[2].
La crescita economica, da raggiungere a qualunque costo anche contro le forze
naturali del ciclo economico, che l'esistenza della riserva frazionale mette in
moto, viene stimolata in maniera continua dalla creazione di nuova moneta
fiduciaria (crediti) che si risolve in crescita del debito. Il problema è che
ogni ciclo espansivo necessita di una quantità di denaro sempre maggiore. Da
cui la crescita esponenziale della moneta fiduciaria e degli aggregati
creditizi.
Laddove nel caso precedente
(sistema monetario metallico e riserva frazionale ndr) il processo di
contrazione economica e deflazione monetaria conduceva il sistema a ripercorrere
a ritroso tutta la fase di espansione inflazionistica, fino eventualmente alla
bancarotta del sistema bancario, in questo caso il meccanismo è continuamente
ostacolato dalla Banca Centrale che può immettere nel sistema qualunque quantità
di denaro necessaria per ripagare qualunque debito.
La crescita a tutti i costi,
forzata dallo stimolo monetario, e resa possibile solo attraverso dosi sempre più
massicce di moneta cartacea e credito, porta quindi inevitabilmente a una
crescita smisurata del debito e al sorgere parallelo di numerose bolle. I mezzi
fiduciari creati vengono infatti costantemente veicolati negli asset finanziari
(o immobiliari) ed è in questi assets che l'inflazione monetaria trova spazio
per un ulteriore allungamento.
La differenza rispetto al
modello in cui il valore della moneta è legato allo stock di riserve, è che il
potere di intervento della banca centrale per combattere la crisi, o cercare di
mantenere l'illusione monetaria è virtualmente infinito. La corsa allo
sportello semplicemente non ha più senso. Qualunque istituzione finanziaria può
essere salvata dalla banca centrale, in grado di stampare nel giro di qualche
secondo tutto il denaro necessario per qualunque salvataggio. Questo senso di
sicurezza rafforza e amplia l'illusione monetaria.
Se
tuttavia, non esistono limiti alle quantità di moneta stampabile, di fatto, per
quel che riguarda la creazione del credito e il gonfiarsi delle bolle, il
sistema economico ha dei limiti naturali. C'è un punto oltre il quale la
popolazione non riesce più ad assorbire debito e le bolle non riescono più a
espandersi. E' il punto di arrivo. Raggiunto questo limite naturale, inizia la
lotta tra deflazione monetaria (o creditizia, o degli asset inflazionati)
e inflazione monetaria. Ogni tentativo dell'economia di ripiegare su se
stessa indotto dalle forze di mercato viene combattuto dalla banca centrale con
tutti i mezzi che essa ha a disposizione, per quantità e qualità ben superiori
a quelli del secondo modello.
Finché si riesce a mantenere l'illusione monetaria, grazie anche al controllo sull'inflazione dei prezzi (unico fenomeno in grado di svegliare la popolazione dal sonno della ragione) tutto va bene: si vive nell'illusione di una prosperità illimitata.
Anche
in questo articolo quindi si evidenzia come siamo in una situazione precaria
nonostante consistenti tassi di crescita dell’economia mondiale.
Concetti
analoghi sono espressi anche da Andy Xie, corrispondente da Hong Kong di Morgan
Stanley che in un suo articolo dal titolo “L’inflazione di oggi può causare
la deflazione domani” (http://www.morganstanley.com/GEFdata/digests/20040415-thu.html)
allarga il ragionamento alla Cina e ai fattori che hanno consentito di mantenere
l’inflazione dei prezzi a livelli molto bassi nonostante l’enorme quantità
di moneta immessa nel sistema. Egli sostiene che “la globalizzazione e le
nuove tecnologie hanno aumentato il potenziale produttivo mondiale limitando le
aspettative di inflazione dei prezzi all’aumentare dell’offerta di moneta.
In questo modo anche i prezzi delle materie prime arrivati su record storici non
hanno influito per ora sui prezzi al consumo.”
Quindi
tutto bene? No, perché la maggiore offerta di moneta, oltre che a sostenere i
consumi, si è riversata sulla domanda di assets finanziari, immobiliari e anche
produttivi creando delle bolle speculative.
I
tassi di interesse mantenuti bassi dalla FED (favorendo i consumi con denaro
preso a prestito) “hanno reso disponibile il denaro per la straordinaria
crescita dell’economia cinese dove si è creata anche una bolla speculativa
sugli immobili.”
Si
tratta quindi di un’inflazione diversa dal solito (inflazione monetaria come
visto sopra ndr). Normalmente, quando una banca centrale stampa troppo denaro,
ci si aspetta che i prezzi aumentino e quindi ci siano richieste di aumenti
salariali. L’economia entra in una spirale di aumento di salari e prezzi e il
rapporto di indebitamento dell’economia tra debito e Pil resta stabile.
L’inflazione attuale deriva invece da una speculazione sugli assets fondata
sul debito. Questo ha come conseguenza che il debito cresce molto più
velocemente del Pil.”
(si vedano i grafici sottostanti tratti dal sito http://mwhodges.home.att.net/nat-debt/debt-nat-a.htm
)


In
altre parole Andy Xie sostiene che, in assenza del fenomeno cinese, i modelli
storici indicano che saremmo in presenza di un’inflazione dei prezzi al
consumo decisamente superiore all’attuale. Rovesciando il discorso si può
affermare che l’economia globale ha beneficiato di un forte aumento della
produttività. Questo, a parità di condizioni, avrebbe sviluppato una
deflazione naturale, dovuta all’aumento della produttività, che si sarebbe
dovuta tradurre in una diminuzione dei prezzi e quindi un aumento della capacità
di acquisto a parità di reddito. “Invece le autorità monetarie, e
principalmente la FED hanno usato il denaro a basso costo per combattere questa
deflazione naturale causando una massiccia bolla negli assets. Questa a sua
volta ha creato una domanda di beni superficiale ed ha fermato la discesa dei
prezzi. Perciò, non appena la bolla scoppia il mondo avrà bisogno di un
maggior aggiustamento verso il basso dovuto alla sovracapacità formatasi
durante la formazione della bolla.
Fatto
ancora più rilevante è che è stato creato così tanto debito che potrebbe
verificarsi una deflazione da debito. La globalizzazione avrebbe portato una
deflazione naturale di cui avrebbero beneficiato i consumatori e portato molte
industrie a riallocare le proprie risorse produttive. Ma combattendo questo tipo
di deflazione con debito e bolle si andrà verso la deflazione più negativa A
mio giudizio questo è ciò che è già accaduto negli anni ’20 dopo la prima
guerra mondiale.
Quando
la bolla degli assets scoppierà, seguirà la deflazione da debito. E’ sempre
possibile che la FED possa creare un’altra bolla per posporre l’inevitabile.
Per esempio comprare direttamente i Treasuries per abbassare i tassi a 10 anni
sotto il 2% e creare un’altra bolla
(distribuire il debito con gli elicotteri ndr). Tuttavia la FED potrebbe
pentirsi e Greenspan dimettersi e potrebbe essere molto pericoloso scommettere
su un’altra bolla.”
I
bassi tassi d’interesse oltre ad avere creato delle bolle speculative negli
assets finanziari ed immobiliari, hanno anche favorito anche un altro importante
squilibrio: il deficit delle partite correnti. Si è venuto infatti a creare un
circolo di questo tipo: l’export di Asia e Europa in USA provoca un deficit
commerciale americano e un surplus in Asia ed Europa con dollari che entrano in
questi paesi (soprattutto in Asia). Le banche centrali asiatiche e, in misura
decisamente minore, europee con quei dollari acquistano titoli americani,
principalmente Treasury bond, rimandando così i dollari negli USA e dando luogo
all’espansione del debito americano e della liquidità internazionale.
La
banca centrale americana è quindi ben coadiuvata dalle banche centrali
asiatiche a creare liquidità e aumentare il rischio sistema globale. Come si può
vedere anche dai grafici sottostanti, le riserve accumulate dalle banche
centrali cinese e giapponese hanno raggiunto livelli record mai visti prima.
Stephen Roach di Morgan Stanley, nel suo articolo “La trappola delle Banche
Centrali asiatiche” http://www.morganstanley.com/GEFdata/digests/20040416-fri.html
afferma che banche centrali asiatiche sono arrivate ad accumulare riserve
ufficiali per circa 2,1 trilion di dollari “che sono l’80% del totale
delle riserve mondiali e quasi il triplo delle riserve detenute in Asia nel 1998
al culmine della crisi finanziaria di quell’anno. Per quanto riguarda Cina e
Giappone l’accumulo di riserve è stato particolarmente esplosivo negli ultimi
anni arrivando a raddoppiare dall’inizio del 2002. Tutto questo non è
avvenuto per caso ma è il risultato di una politica di sviluppo dell’economia
asiatica basata quasi esclusivamente sulla domanda estera. Questa strategia
richiede una costante vigilanza sulle proprie valute al fine di mantenere
competitive le esportazioni. Da qui deriva l’enorme sovrappeso delle riserve
denominate in dollari. L’aspetto negativo di queste politiche è il mancato
sviluppo di una domanda interna in grado di rendere autonome le economie di quei
Paesi. Lo stile di crescita asiatico fornisce inoltre un supporto agli
iper-indebitati consumatori americani. La domanda asiatica di dollari,
finanziando gran parte dei deficit gemelli arrivati a livelli record, evita
quello che altrimenti sarebbe naturale e cioè un forte rialzo dei tassi USA.
Senza questa domanda, a mio parere, i tassi a medio e a lungo termine dovrebbero
essere almeno 100bp più alti.


L’aiuto
finanziario asiatico ai tassi di interesse Usa non solo mantiene vivo il mercato
degli assets americani – quali bond e proprietà – ma fornisce anche i mezzi
attraverso i quali il potere d’acquisto può essere estratto da questi assets
attraveerso una tecnologia finanziaria di rifinanziamento sempre più efficace.
Le
banche Centrali - sia negli USA che in Asia – hanno creato un mostro che tra
poco potrebbero non essere più in grado di controllare. I consumatori
americani, a corto di reddito, hanno già usufruito di riduzioni fiscali, di
rifinanziamenti e di debito come mezzi per sostenere i consumi correnti. La FED
ha incoraggiato questa avventatezza offrendo gli steroidi alla crescita
attraverso un denaro sostanzialmente gratis sulla parte breve della curva dei
rendimenti ( 1% dei FEDeral funds con un’inflazione dell’1,7%)
Le
banche centrali Asiatiche hanno fatto lo stesso gioco in modo speculare
comprando dollari per mantenere deboli le proprie valute e sostenere le
esportazioni verso i troppo indulgenti consumatori americani. Le banche centrali
asiatiche però, favorendo il surplus delle partite correnti più ampio di tutti
i tempi e dovendo comprare massicci quantitativi di assets denominati in dollari
per mantenere gli obiettivi valutari, stanno rischiando di perdere il controllo
sui propri sistemi finanziari. Gli imponenti interventi valutari senza
precedenti del Giappone effettuati nel 2003 e all’inizio del 2004 sono
l’esempio di una strategia che avrebbe senso in un’economia in deflazione,
ma non è sostenibile in un’economia appena uscita dalla deflazione. Allo
stesso tempo, gli acquisti aggressivi di assets in dollari da parte della Cina
stanno complicando gli sforzi della propria banca centrale per tenere a freno
un’economia surriscaldata dall’eccesso di liquidità.
Come
ogni periodo di eccessi finanziari anche questo finirà verosimilmente in
lacrime. A mio parere non c’è niente di sano in questi adattamenti sempre più
precari. Ultimamente è diventato di moda, nella politica e nei circoli degli
investitori, sostenere che questi squilibri in senso classico – deficit delle
partite correnti e di bilancio, mancanza di risparmio e crescente indebitamento
del settore privato – hanno perso il loro significato in questa era di
crescente interdipendenza dovuta alla globalizzazione. …….
A
mio parere, le banche centrali hanno fatto un ottimo lavoro nel fronteggiare il
saccheggio provocato da un’alta inflazione, ma hanno fatto un pessimo lavoro
nel fronteggiare la sfida di un mondo senza inflazione. Per la FED è il massimo
dell’assurdo mantenere un tasso all’1% con una crescita del 5-6%. E’
ugualmente un’avventatezza da parte delle banche centrali asiatiche operare
con l’illusione che l’accumulo di enormi riserve valutarie e l’acquisto di
assets in dollari sia la ricetta per la prosperità. Queste strategie sono
pericolose ed insostenibili e possono solo aggravare gli squilibri di
un’economia sbilenca.
Squilibri
così profondi dovrebbero essere un campanello di allarme per le banche centrali
e per un mondo finanziario compiacente. Invece le autorità non sentono
l’opportunità di intervenire e gli investitori si cullano in un falso senso
di compiacenza. La FED ha la colpa di aver portato la politica monetaria in una
zona di pericolo ma non può avere fatto tutto da sola. La complicità delle
banche centrali asiatiche è egualmente preoccupante per lo sviluppo
dell’economia globale e per i mercati finanziari internazionali.”
A
titolo conclusivo si può affermare che ci troviamo ora in una situazione
piuttosto delicata in cui l’economia è stata stimolata alla crescita come mai
prima d’ora se non alla fine degli anni ‘20. Questi stimoli, si legga tassi
di interessi reali negativi, non hanno più senso di esistere vista una crescita
americana prevista tra il 4 e il 5% e quella cinese del 10%. Si profila quindi
un rialzo dei tassi ed è qui che il sentiero si fa sempre più stretto. Il
rialzo dei tassi, infatti, può pregiudicare tutte quelle posizioni speculative
che, facendo leva sul debito a breve, hanno consentito forti utili ma che con
tassi in rialzo potrebbero tramutarsi in forti perdite. La “scommessa” della
FED è quindi ora riuscire a far rientrare gli squilibri in modo ordinato senza
che tutti gli operatori si precipitino verso l’uscita tutti insieme creando il
panico. Ciò che preoccupa non è infatti l’entità del rialzo dei FED funds
che potrebbe risolversi in 100bp come stima ora il mercato o anche superiore ma
che comunque, in situazioni normali, il mercato assorbirebbe senza troppi patemi
d’animo. Il problema è che, come visto negli articoli sopra tradotti, non
siamo in una situazione normale e quindi anche un rialzo limitato potrebbe
essere molto doloroso per il sistema.
[1]
Trilion= 10^12=1.000.000.000.000 = 1000 miliardi - Trilione=
10^18=1.000.000.000.000.000.000= 1 miliardo di miliardi
[2] Il
secondo modello è il sistema monetario metallico e riserva frazionale. E’
un sistema in cui il valore della moneta è legato allo stock di
riserve ed è caratterizzato da cicli economici di espansione e contrazione.
In caso iperinflazione, quando si stampa troppa moneta rispetto alle
riserve, si possono verificare crisi di fiducia e di panico con conseguente
corsa agli sportelli per convertire la moneta fiduciaria in oro. Il primo
modello è invece il sistema monetario metallico senza banca centrale in cui
si scambiano direttamente monete d’oro o in valuta pregiata.
Link Interessanti
Commenti di Alan Greenspan dui debiti delle famiglie (intervento del 23/02/2004 al Credit Union National Association 2004 Governmental Affairs Conference) http://www.federalreserve.gov/boarddocs/speeches/2004/20040223/default.htm